Goli Otok. L’isola nuda e abbandonata

I marinai lo chiamano canale della Morlacca o del Maltempo perché i venti caldi e freddi sono costanti tutto l’anno. Qui, nel golfo del Quarnero in territorio croato, si trova Goli Otok, in italiano l’Isola Calva. È uno scoglio di roccia calcarea e abbagliante di circa cinque chilometri quadrati, nudo e quasi privo di vegetazione. La bora rende l’isola gelida durante l’inverno. Lo scirocco rovente d’estate.

La costa che guarda la terraferma è ripida e inaccessibile. Il mare arriva fino ai 30 metri di profondità. La costa meridionale, invece, è più riparata. Qui infatti si può attraccare la barca e qua e là si possono vedere arbusti e pini marittimi. Dalla costa il punto più vicino per arrivare a Goli Otok è Lukovo, un piccolo villaggio di 11 abitanti che dista dall’isola circa 2 miglia nautiche. Tre sono le isole che la circondano: Prvić, San Gregorio e Rab. Le prime due disabitate, proprio come Goli Otok.

 

Prima della seconda guerra mondiale Goli Otok era proprietà di Rade Vuković, un ricco commerciante di Brinje. Con l’idea che l’isola fosse una interessante fonte di bauxite, Vuković la diede in concessione ad alcune ditte italiane che però si accorsero che l’investimento non sarebbe stato proficuo poiché il minerale era di scarsa qualità.

Nel 1939, durante la dittatura monarchica del Regno di Jugoslavia, il generale Dušan Simović propose di far diventare Goli Otok un campo di concentramento per comunisti. La proposta fu respinta, ma dieci anni dopo l’ironia della sorte segnò il destino di quest’isola.

 

Cittadini e cittadine! Compagni e compagne! (…) L’anno 1948 resterà segnato nella storia dei nostri popoli come l’anno di tutte le prove, nelle quali ancora una volta si è dimostrato quello che i popoli del nostro paese sono capaci di sopportare. Questo è stato l’anno delle grandi prove per il nostro Partito e per la sua unità, ma questa unità, è così salda che ha potuto superare anche la più violenta tempesta della sua storia. Dalle fila del nostro Partito sono usciti un paio di decine di spregevoli traditori che vi erano entrati con scopi carrieristici e ne erano rimasti con un piede fuori….”

Questo discorso viene pronunciato nel capodanno del 1949 dal leader jugoslavo Josip Broz Tito, esattamente un anno dopo la scomunica lanciatagli da Stalin. Allontanato dal blocco sovietico, Tito sente la necessità di difendersi dai veri o presunti cospiratori interni, cioè da tutti coloro che seguivano un’ideologia socialista di stampo sovietico.

Per farlo organizza delle vere e proprie deportazioni in un luogo capace di accogliere migliaia di uomini, isolato e difficilmente raggiungibile. Una prigione che assomiglia a una Alcatraz e nello stesso tempo a un gulag. Un luogo voluto creato e gestito dai comunisti per punire, rieducare, privare della dignità e della libertà altri compagni comunisti.

Così dal 1949 al 1956 Goli Otok diventa la prigione di coloro che venivano condannati come nemici del popolo jugoslavo. Tutti i suoi prigionieri la ricordano semplicemente come l’Inferno dei vivi.

Goli Otok non aveva un indirizzo. Il nome ufficiale era Azienda del marmo, casella postale 12, Buccari.
Goli Otok non aveva un indirizzo. Il nome ufficiale era Azienda del marmo, casella postale 12, Buccari.
Goli Otok non aveva un indirizzo. Il nome ufficiale era Azienda del marmo, casella postale 12, Buccari.
Goli Otok non aveva un indirizzo. Il nome ufficiale era Azienda del marmo, casella postale 12, Buccari.
Goli Otok non aveva un indirizzo. Il nome ufficiale era Azienda del marmo, casella postale 12, Buccari.
Goli Otok non aveva un indirizzo. Il nome ufficiale era Azienda del marmo, casella postale 12, Buccari.

I mostri hanno creato i promontori

per spingere le cime tra le onde

per infilzare con esse le frenesie

quando con le urla frangono le rocce

né uomo né pecora le calcano

il serpente non vi striscia

anche il gabbiano è attento

e non s’avvicina quando la bianca spuma

del mare trasforma le urla in fumo

da tempi memorabili lì fu aperta

solo la minaccia -

nella pura rischiarata

La stessa roccia di cui l’anima rimbomba 

se potesse se avesse il coraggio di fuggire

fuggirebbe

lascerebbe la sua croce

affinché gli altri sanguinino

la spiaggia potrebbe, diventata terraferma,

disprezzare gli schiaffi ricevuti

che la comprovano -

sulle aguzze pietre di questa prigione

nudi crimini si rispecchiano.

 Il preludio dell’isola nuda

di Ante Zemljar

Nato nel 1922 nell’isola di Pag in Croazia, Ante Zemljar è partigiano, poeta e sopravvisuto a Goli Otok. Viene arrestato nel 1949 e rimane sull’isola quattro anni e mezzo. Tra lavori forzati e torture, Ante Zemljar fa sopravvivere la sua poesia come grande accusa a tutti gli oppressori di sempre. Sopra a frammenti di sacchi di cemento, fatti di carta dura, gialla e ruvida, Ante scrive le sue poesie e le protegge con un linguaggio cifrato, nascondendole agli aguzzini e ai suoi compagni.

A Goli Otok finiscono generali, ufficiali, capitani partigiani, militanti comunisti, scrittori, intellettuali, poeti. Tutti con l’accusa di essere “cominformisti”. Tra questi si contano molti comunisti di primo piano: montenegrini, serbi, macedoni, bulgari, ma anche molti italiani. E tra gli italiani ci sono anche quelli che, alla fine della guerra, decisero di andare in Jugoslavia per costruire il socialismo.

I prigionieri finiti a Goli Otok in seguito a punizioni amministrative furono 18 mila. Quelle punizioni potevano essere prolungate da sei mesi a un massimo di due anni. I prigionieri finiti a Goli sulla base di condanne di tribunali civili e militari furono circa 13 mila, il che significa che attraverso il lager di Goli passarono circa 31-32 mila persone. Una cifra esatta non può essere stabilita, perché i documenti sono stati distrutti”.

A riportare queste cifre è Ante Rastegorac, un alto funzionario del carcere di Goli. Scrisse queste cifre allo storico Vladimir Dedijer in una lettera contenuta nel terzo volume dei Nuovi contributi per una biografia di Josip Broz Tito.

Secondo la stessa fonte, furono 3800 i deportati a Goli Otok che morirono di torture e di stenti. Qui si moriva in tanti modi: per esaurimento fisico, per malattie e per suicidio. Il sadismo e la ferocia erano all’ordine del giorno. Più gli aguzzini punivano i compagni, più diventavano potenti e rispettabili. Tra i sopravvissuti a questo inferno nessuno ricorda che i responsabili di queste torture siano mai stati puniti per questa ferocia.

Dal Hrvatski leksikon, cioè dal Dizionario enciclopedico croato, si legge: “Stando ai dati finora disponibili, attraverso Goli Otok passarono circa 17 mila persone, ma è estremamente difficile stabilire la cifra esatta, perché nel lager si finiva sulla base di ordinanze amministrative più che di sentenze dei tribunali. Vivendo in condizioni terribili, sottoposti a ogni specie di tortura, i prigionieri erano costretti ad ammettere le proprie colpe, ad incolparsi reciprocamente e a scoprire nuove ‘congiure’. Per la brutalità della sua applicazione, questo sistema inquisitorio superò gli stessi modelli sovietici, anche se fu di breve durata”.

 

Domenico Sciolis, classe 1922. Detenuto a Goli Otok dal 1950 al 1952. Tutti lo chiamano Uccio. Uccio Sciolis.

Io, invece, lo chiamo solo Zio, perché ho sempre sentito mio padre chiamarlo così. La sua voce alta e piena mi ha sempre inchiodato alla poltrona. Ogni volta mi raccontava la stessa favola, ma ogni volta mi sembrava diversa. Era la favola di una guerra indefinita, senza durata e riferimenti. Era una guerra che sembrava continuasse, anche dentro quella casa.

Dalla cucina la zia lasciava i fornelli, era sempre lì, tra il tinello e il salotto, ma per cena solo brodo e verze. Dalla cucina arrivava in sala e prima di parlare chiudeva gli scuri e le finestre. Solo così si sentiva autorizzata a zittire suo marito. I vicini ti sentiranno, lo rimproverava, più con i gesti che con le parole. Ma quella voce era alta e penetrante. Oltre i muri, se qualcuno avesse ascoltato, avrebbe sentito solo qualche favola.

Nel 1949 lo zio Uccio fu arrestato dai militi dell’Ubda, la polizia segreta di Tito. Passò quattro mesi nelle carceri di Valdibora a Rovigno. Una piccola finestra sul mare e degli uva banda, vergognati bandito, che scandiscono l’unico pasto giornaliero. Nell’ottobre dello stesso anno, lo Zio venne trascinato fuori dalla cella e gettato su un camion. Puzzava di pesce. La pedana era bagnata di acqua fetida e attraverso le sbarre riuscì solo a vedere la statua di Sant’Eufemia sul campanile di Santa Croce. Se il vento la rivolge verso Valdibora, fa maltempo. Era ottobre e durante tutto il viaggio la pioggia non risparmiò il suo corpo già bagnato.

Venne trasferito nelle carceri di Fiume, non più in isolamento, ma in una camerata di venti detenuti. Tra questi si diceva che ci fossero delle spie dell’Ubda e si intuiva che era meglio stare zitti e aspettare di essere convocati in giudizio. Perché ancora non era chiaro il motivo dell’arresto. Dopo qualche settimana, di fronte ai giudici, non gli fu dato il diritto di parola, ma fu semplicemente costretto ad accettare, in nome del popolo, la condanna a 24 mesi di lavoro socialmente utile per attività antipopolare e antisocialista. La sera stessa venne ammanettato insieme a un altro condannato e caricato su un autocarro. Lo zelo della guardia nello stringere il fil di ferro si completò con una unica frase, che suonava come un’ultima sentenza. Tua moglie sarà costretta al divorzio, bandito. A lei e a tua figlia non rimarrà che vivere al lastrico.

Durante i pranzi spesso era mio cugino a provocare lo zio. Alzava un pugno chiuso e, cercando di divertirsi, ripeteva Viva Stalin. Quasi in automatico la zia si alzava di scatto, chiudeva le finestre e metteva fine a questo spettacolo. Sarebbe bastato solo il gesto tanto lo zio era diventato sordo. A capotavola, sempre nello stesso posto, si immaginava le parole degli altri, ma quando interveniva non era mai a caso. Come se la sua sordità fosse selettiva. È colpa della guerra, mi diceva mio padre, combatteva nell’artiglieria aerea e poi nell’Isola…

E poi nell’Isola, insieme a lui che era nato a Rovigno, c’erano molti altri suoi concittadini. Molti italiani di Pola, Rovigno, Albona e Fiume, quasi tutti esponenti nella vita sociale e politica della città, vennero deportati sull’Isola Nuda.

Uno di questi era Virgilio Giacomini, che nel gulag in mezzo al mare fu deportato per due volte. 

Lo Zio diceva che Giacomini era un amico. Diceva che come lui ce ne erano pochi. Sull’isola si scambiavano tra loro sigarette con pane duro. A loro modo, tentavano di proteggersi da tutto il resto.

Come le sigarette, come il pane raffermo, anche le persone degne di questo nome erano merce rara a Goli Otok. Le torture e le percosse venivano dalle mani degli ex compagni di partito, dei concittadini, degli amici, non della polizia. I prigionieri erano nello stesso tempo condannati e spie, complici e schiavi dei kapò. Il regime punitivo sull’isola si basava su una specie di autogestione del dolore e della tortura.

Così i puniti erano condannati a confessare oltre le verità, erano costretti dalle torture a tradire vecchie amicizie, a rivelare i nomi dei compagni di partito, dei traditori e di altri banditi.

E quando la dignità dell’uomo viene annientata, diventa necessario tradire oltre i confini della detenzione e oltre i confini di qualsiasi ideologia.

Da Goli Otok, italiani nel gulag di Tito di Giacomo Scotti
“Ex ufficiale di polizia, si firma N.N. Fu arrestato alla fine del 1950, si dichiara innocente. Fu condannato dal tribunale militare a undici anni di carcere duro, ne espiò cinque. Dal carcere di Cettigne fu mandato sull’Isola di San Gregorio, passando successivamente sull’Isola di Ugljan, poi a Bileća e infine nel “buco” dell’Isola Calva. Agli inquisitori “confessò” tutto quello che essi volevano, fu “disciplinato”, ubbidiente, collaborò con essi durante l’espiazione della pena. Un uomo così cosa può dire? Dice che, dopo sei giorni e sei notti di inenarrabili torture in una cella piena di ratti, con l’acqua fino ai ginocchi, si autoaccusò dei peggiori delitti, spionaggio a favore dei Russi, tradimento, attività clandestina, etc. - e, quel che è peggio, elencò ben 48 nomi di amici e conoscenti con i quali disse di aver collaborato contro il popolo e il partito. In premio alla sua collaborazione con l’Ubda fu riconosciuto come “rieducato” e, passato a Goli, entrò a far parte del gruppo degli “attivisti” del lager, fu un picchiatore. Non ne è pentito nemmeno 35 anni dopo”.

Era come se Goli Otok fosse una matrioska di lager. Lo Zio, così come gli altri prigionieri, vessati dagli sforzi fisici e psichici, ignoravano completamente la struttura del lager. L’inferno non era solo quello che riuscivano a vedere. Negli stessi cinque chilometri quadrati, oltre al loro, c’erano almeno altri due luoghi di tortura.

Il lager principale, vicino al molo d’attracco Riva I, contava 17 baracche. Poi c’era Radilište V, cioè Campo di Lavoro V, destinato alle donne e poi successivamente trasferito nell’Isola di San Gregorio.

L’ultimo, segreto e temuto, era il lager R-101, destinato ai prigionieri ritenuti più resistenti alla confessione. R-101 era anche chiamato “buco” perché letteralmente lo era. Scavato dagli italiani in cerca di bauxite, questa dolina carsica profonda otto metri e mezzo e larga 25 era la prigione di una ventina di detenuti. Spesso ne diventava la tomba. Qui i prigionieri erano costretti ai lavori forzati, a frequenti torture e al completo isolamento. Qui ci si ammalava, si moriva o si impazziva molto velocemente. 

Incespicando nella pronuncia, lo Zio mi diceva che questo era il canto dei prigionieri mentre trasportavano barelle cariche di pietre. La mani si aprivano in ferite e il sangue cicatrizzava sul nuovo sangue, che diventava bianco di polvere.

Il carico della barella pendeva dalla parte del prigioniero che non poteva rallentare l’andatura. Brzo banda, muoviti bandito, urlava l’altro detenuto, che all’occasione non risparmiava le percosse.

Dalla baia di Buccari, lo Zio insieme ad altri prigionieri suoi concittadini, vennero deportati a Goli con una nave, il “Punat”. Questo motoveliero solcava le acque del Quarnero, certe volte, con la stiva piena di corpi di uomini, altre volte, con la sua pancia piena di prigioniere donne. Indifferentemente i prigionieri erano trattati come bestie da macello. Lo Zio non ricorda quanto fosse durato il viaggio. L’attesa del peggio, annullava il tempo.

I campi femminili erano prima a Goli e poi nella vicina San Gregorio. Qui i trattamenti riservati alle prigioniere erano gli stessi di quelli maschili. Lavori massacranti, interrogatori e delazioni, fame, sete e malattie, torture e umiliazioni.

Quando il “Punat” apriva i suoi boccaporti, i prigionieri e le prigioniere, che venivano strappate con forza dalla sua pancia, sentivano sempre lo stesso rumore, un finimondo di grida umane. Ad aspettarli sulla banchina era la prima tortura, il “saluto di benvenuto”. Ad aspettarli era il kroz stroj, un corridoio umano di calci, pugni e sputi.

Un dvomotorac, o bimotore, indossava pantaloncini con una banda rossa a lato e una camicia nera. Questa la sua divisa e questa anche la sua condanna, per essere ritornato per la seconda volta a Goli Otok. Lui poteva essere picchiato come un animale immondo dai suoi aguzzini, anch’essi prigionieri, che sarebbero così stati premiati.

La voce dello Zio, ma anche quella di Virgilio, così come tutte le testimonianze raccolte dai sopravvissuti, sembrano sovrapporsi. Formano un coro, costruiscono una rete che salva la memoria di chi non c’è più.

Salvano la memoria di Mario Quarantotto, morto massacrato per un feroce pestaggio, pochi giorni dopo il suo secondo arrivo sull’isola.  

Nei ricordi dei suoi compagni, Mario urlava perché non voleva mettere la camicia nera. Nemmeno sotto le torture e la prigionia imposte dal fascismo lo aveva fatto. Ma lui era un dvomotorac e con la camicia nera, probabilmente, è stato seppellito. Ma la sua famiglia non ha mai saputo dove piangere il suo cadavere e per molto tempo non ha conosciuto altre verità se non quella ufficiale: insolazione.

I prigionieri erano attivisti o passivisti. I primi erano favorevoli ai provvedimenti di rieducazione, quindi diventavano i torturatori dei compagni di prigionia, se non addirittura i loro assassini. I passivisti erano tutti gli altri, cioè quelli che non collaboravano agli stessi meccanismi.

Tutti i passivisti potevano essere banditi se perseveravano nell’errore di criticare i dirigenti al vertice del partito; arringatori se si lamentavano delle condizioni del campo o se avevano parlato all’esterno di Goli Otok come lager e non come cantiere di lavoro. C’erano i kuferasci, cioè i reduci dell’URSS e dunque trattati con speciali torture; i caudati, cioè quelli che avevano lasciato la “coda” fuori dal lager poiché temporeggiavano nel denunciare i propri parenti e gli amici rimasti ancora in libertà. I bifronti erano coloro che, secondo gli inquirenti del campo, si erano pentiti solo a parole. La loro punizione era quella di torturare i compagni per dimostrare la loro fedeltà al sistema. Bifronti erano anche i bimotori, cioè i recidivi, che si sono dimostrati tali dopo essere tornati in libertà.

Da Goli Otok, gli italiani nel gulag di Tito di Giacomo Scotti.
I boicottati erano i prigionieri più torturati. Un ex inquisitore parla così del “bojkot”: “venivano boicottati coloro i quali, all’inizio del soggiorno sull’Isola Calva e dopo la cosiddetta resa dei conti di fronte agli altri prigionieri, non confessavano all’inquisitore ciò che ancora avevano da confessare, quanto era stato da essi omesso nella fase istruttoria e nel processo. L’inchiesta ora riprendeva e per noi era primaria. Il boicottaggio durava due-tre mesi, ma anche un anno intero con brevi interruzioni. Lo scarso cibo riduceva i prigionieri a fantasmi. Ed il cibo fu scarso dal 1949 al 1952: brodaglia per pranzo e cena, al mattino surrogato di caffè con 150 grammi di pane o un cucchiaio di purè. I boicottati eseguivano i lavori più duri correndo. Ogni sera passavano attraverso lo stroj della baracca, in mezzo ai picchiatori, 200/300 prigionieri su due file. Nessuno doveva rivolgergli la parola. Nel 1951/52 portavano contrassegni particolari: uno straccio rosso sulla casacca d’estate o sul cappotto d’inverno. Ogni seconda notte per quattro ore dovevano montare la guardia al secchio delle feci, erano anche obbligati a vuotarlo, sicché spesso andavano avanti e indietro per tutta la notte”.

Poi, a un certo punto, dietro a una insindacabile quanto arbitraria valutazione, tutti i prigionieri potevano diventare revidirci. Lo diventavano quelli che avevano vuotato il sacco, quelli che avevano rivisto le loro posizioni e che alla fine si erano pentiti del loro tradimento.

Per loro erano previsti altri campi di lavoro, fuori da Goli Otok. E fuori da lì tutto era un grande privilegio. Lavoravano alla costruzione di opere pubbliche, come la ferrovia Lupogliano-Stallie, alla costruzione dell’autostrada Zagabria-Belgrado, alla ferrovia bosniaca Breza-Vareš.

Allo Zio e a Virgilio toccarono i lavori forzati per la costruzione della idrocentrale di Vinodol. 

Era l’unica spiegazione che ciascun prigioniero avrebbe potuto dare alle mogli, ai figli, ai propri familiari. Ben oltre la morte di Tito, la prigionia a Goli Otok rimase un segreto. O un incubo nei ricordi dei prigionieri.

Le prime volte che si iniziò ufficialmente a parlare di Goli Otok, almeno in lingua italiana, fu nel 1990. Sulla Voce del Popolo cominciarono a essere pubblicati una serie di racconti scritti dal giornalista Giacomo Scotti e, in seguito, vennero pubblicate anche le lettere e le reazioni di alcuni prigionieri sopravvissuti.

Tornare a casa non era sempre sinonimo di libertà. Spesso i reduci di Goli Otok rimanevano emarginati e discriminati dal lavoro, dall’attività politica, costretti a vivere nell’indigenza insieme alle loro famiglie.

Tornare a casa significava per alcuni non trovare più i parenti, che nel frattempo avevano optato per andare in Italia, e addirittura non trovare nemmeno la casa, occupata in quegli anni di confusione da altre persone.

È la storia di Libero Sponza, detenuto due volte sull’Isola Nuda, e una volta libero, intrappolato in una terra che non sentiva più sua. Durante la sua detenzione a Goli Otok, Libero aveva richiesto più volte di optare per l’Italia, ma gli fu sempre negato. Anzi, la sua insistenza venne duramente punita. Tornato in libertà, le sue richieste di rimpatrio vennero sempre respinte, tanto che tentò la fuga. Qualcuno lo tradì e a pochi chilometri da Trieste fu la Milizia popolare a trovarlo. Condannato a due anni di prigione, ne uscì tre mesi prima per sopraggiunta amnistia. Ancora una volta tentò in tutti i modi di ricongiungersi alla famiglia, ma trovò solo dei netti rifiuti. Organizzò allora una fuga via mare. Con una barca da pesca rubata raggiunse Venezia, dove la polizia italiana lo riconsegnò a quella jugoslava. Fu nuovamente incarcerato per due anni e il caso, per il quale i media jugoslavi tacquero, fece scandalizzare quelli italiani. Intanto, il fratello di Libero cercava di aiutarlo dall’Italia. A Roma un esponente del ministero degli Interni gli rispose che era stato rimandato in Jugoslavia perché era comunista e l’Italia era già piena di comunisti. Dopo nove anni tra lager e prigioni il governo Jugoslavo si decise a rilasciare a Libero Sponza il passaporto. Era l’aprile del 1957, giusto in tempo per rivedere la sua famiglia, raccontare la storia e morire.

Intorno alla metà del 1956 Goli Otok smise di essere lager per i prigionieri politici per diventare una Casa di pena e correzione”, cioè un carcere per i criminali comuni fino al 1988. Il 1956, però, non segnò la fine delle colonie penali per i dissidenti: i prigionieri politici per molti anni a seguire vennero rinchiusi nella vicina isola di San Gregorio. Qui venivano deportati molti prigionieri che avevano già scontato la pena a Goli Otok.

Adesso a Goli Otok rimangono poche tracce di quello che fu il lager dei prigionieri politici. Gli ultimi detenuti “comuni”, ritirandosi dall’isola, ruppero tutto ciò che poteva essere rotto. C’è chi ha trafugato il rame delle condutture elettriche e chi ha portato via porte, infissi, e tutto ciò che poteva essere riutilizzato.

Quello che rimane a Goli Otok sono solo baracche semidiroccate, edifici sgretolati e pericolanti, mangiati dalla polvere di sale e dalla poca vegetazione. Il carbonato di calcio delle pietre, scolpite una ad una dalle mani dei prigionieri, si sciolgono con la salsedine formando piccole sculture di stalattiti e stalagmiti.

La natura e l’incuria dell’uomo stanno trasformando quello che dovrebbe essere un luogo della memoria in un cimitero abbandonato di detriti di ferro, legno, cemento e asbesto.

In memoria delle vittime del regime comunista uccise a Goli Otok. Il 23 di agosto è la giornata per commemorare le vittime di tutti i regimi totalitari.

Installata nel 2011, questa targa insieme a una croce di legno poco più avanti rappresentano nell’isola i simboli delle efferatezze compiute dagli aguzzini e del dolore subito dai prigionieri.

Targa e croce si vedono quasi subito. Dal molo in cui attraccano le barche si trovano tra il ristorante per turisti, che all’ora di pranzo si fa sentire con l’odore di frittura di pesce, e il triste negozio di souvenir.

I turisti arrivano qui con barche di tutte le dimensioni, con gite private ed escursioni organizzate. C’è chi arriva per farsi un tuffo nell’acqua cristallina e chi per conoscere la storia dell’isola. Da una decina di anni è stato organizzato nell’edificio del cinema un piccolo museo fatto di pannelli e fotografie. Per poche kune si può vedere un filmato di 11 minuti che sintetizza il significato del luogo.

Al momento la giurisdizione dell’isola è contesa tra la municipalità dell’isola di Rab e quella di Pag. Quello che è certo è che finora si è speculato molto sulle sorti dell’isola. Il governo centrale di Zagabria ha messo in vendita Goli Otok per contenere il deficit. Una decina di progetti per la riqualificazione del luogo sono arrivati al tavolo dell’Ufficio di Stato per la gestione del patrimonio pubblico della Croazia. Tra questi si spaziava dalla proposta di un parco della memoria per la promozione di un turismo culturale, alla proposta più commerciale per fare dell’isola un resort di lusso per omosessuali.

Rimane su quest’isola, allora come ora, un problema che la rende ben poco commerciabile: l’assenza di acqua. All’epoca della prigionia, le navi la trasportavano per pomparla in una cisterna. La quantità necessaria ridimensionava il problema: i prigionieri erano per lo più disidratati e gli era concesso al massimo una doccia a settimana.

Senza acqua e con un clima poco clemente, Goli Otok rimane un’isola che difficilmente si lascia esplorare. Il caldo, l’assenza di ombra, la roccia tagliente e inospitale sembrano proteggere l’isola dagli occhi di tutti. Sembrano proteggere la memoria di quei luoghi da folli incursioni. Sembrano trattenere il ricordo che proprio qui si è scontata una pena pura, senza valore pratico.

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale

 

Il progetto nasce nel 2007 quando mi accorgo che ho voglia di raccontare una favola ricorrente, ripescata dalla mia infanzia. È una storia che non voglio dimenticare e che vorrei condividere, dopo tanto tempo. È una storia che mi riconduce sempre alle mie origini, e che mi porta a pensare alla strada che fecero i miei nonni, da Rovigno a Modena, nel ‘52 come tanti profughi giuliano dalmati.

Tutto è iniziato con un progetto di documentario, grazie all’aiuto tecnico e al supporto di Christian Caiumi. Ancora come “work in progress”, insieme ad altri progetti, viene proposto dall’Istituto Storico di Modena come argomento di riflessione durante la Giornata del Ricordo, il 10 febbraio 2009.

Per molto tempo il progetto rimane come un rumore di fondo. Sempre lì, ma intrappolato. Poi arriva una chiamata, che fa ripartire tutto.

È Marco Mensa che mi regala i suoi scatti dell’isola. Le sue foto trasformano quel rumore e all’improvviso viene tutto il resto, esattamente come Marco aveva intuito. E questo è solo un altro inizio.

 

Le interviste audio e video sono state realizzate tra il 2007 e il 2008 dietro specifica autorizzazione degli intervistati.

Domenico Sciolis è deceduto all’età di 93 anni a Rovigno.

Virgilio Giacomini oggi ha 97 anni e vive a Firenze.

 

Il racconto ha attinto dalle testimonianze dei sopravvissuti e da una breve bibliografia:

  • Goli Otok. Italiani nel gulag di Tito, Giacomo Scotti, Lint 
  • Il gulag in mezzo al mare. Nuove rivelazioni su Goli Otok, Giacomo Scotti, Lint 
  • Martin Muma, Ligio Zanini, Passaggi 
  • L’inferno della speranza, Ante Zemljar, Multimedia Edizioni
  • La memoria di Goli Otok - Isola Calva, Luciano Giuricin, Centro di Ricerche Storiche, Rovigno
  • L’isola nuda, Dunja Badnjevic, Bollati Boringhieri

 

Se decidi di condividere questo progetto devi

 

 

La traduzione del progetto in inglese e in croato è stata resa possibile da una campagna di crowdfunding.

La versione in inglese la trovate qui.

Quella in croato qui e quella in francese qui.

 

Grazie a tutti coloro che hanno creduto e sostenuto il progetto: 

Claudio Dutto, Adriano Derriu, Andrea Gentile, Xano Maria, Davide Coero Borga, Giovannina Calabrese, Enrico Poli, Angela Simone, Maria Tarozzi, Allegra de Mandato, Marco Malaspina, Vincenzo Napolano, Giulia Annovi, Lara Rossi, Tommaso Gallo, Elisabetta Tola, Francesca Conti, Francesca Iannelli, Fieza Avila, Andrea Salemme, Enrico Bergianti, Natascha Sacchini, Beatrice Montevecchi, Emiliano Della Casa, Massimo Bassan, Eddi Bisulli, Federico Nicolis Preto, Lisa Lazzarato, Daniela Garutti, Giacomo Pollastri, Rita Levoni Bemposti, Lara Gibellini, Francesca Negri, Francesca Rocco, Daniela Crescenzi, Silvia Mattavelli, Marcello Bindi, Vincenzo Belluomo, Marisa Sciolis. 

 

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